gjakmarrja: una questione d'onore

Shkoder, Albania settentrionale. La vendetta di sangue (gjakmarrja) sopravvive alle vicende storiche del Paese, per arrivare ad oggi immutata nel suo potere distruttivo. La forma odierna deriva dal Kanun, codice di norme sociali del XV secolo pensato per regolare la vita degli abitanti di questa parte d’Albania in tutti i suoi aspetti.
La gjakmarrja, in modo particolare, indica come risolvere i conflitti di sangue che scaturiscono da un omicidio tra uomini appartenenti a diversi clan familiari.
Le famiglie cadono "in sangue": quella della vittima dovrà vendicarsi uccidendo a sua volta un uomo della famiglia nemica, fino al terzo grado di parentela. Adempiere alla vendetta è considerato un obbligo, pena il disprezzo da parte dell’intera comunità. Se durante il regime di Enver Hoxha le pratiche legate al Kanun erano vietate -così come quelle religiose-, negli anni ’90 (immediatamente dopo il crollo dello Stato comunista) le faide ridestano sordi rancori assopiti da decenni.

Nell'ultimo ventennio la fragile democrazia albanese ha affrontato grandi trasformazioni sociali, misurandosi anche con questioni complicate quali quella di Lazarat (il fortino della droga espugnato dalla Polizia nel giugno 2014 dopo un’impunità quasi ventennale). Non si può dire altrettanto, sfortunatamente, della gjakmarria, fenomeno che non accenna a diminuire. Estremamente discordanti i dati forniti, sulla questione, dalle autorità civili e religiose. Un tema che sembra polarizzare le opinioni ed essere affrontato con metodologie diverse da Ong straniere, organizzazioni religiose, istituzioni e singoli individui. La mancanza di un attore principale in grado di gestire il fenomeno lascia dunque campo libero a figure la cui buona fede non è sempre verificabile. Per alcuni, infatti, la perpetrazione della pratica della gjakmarrja sembrerebbe essersi trasformata in business redditizio.

Addentrandosi nel problema, ci si rende conto di come l'aspetto culturale sia fondamentale per comprendere le vendette di sangue. Diversi e profondi gli aspetti che incidono negativamente su tali pratiche: la crescente disoccupazione, che comporta scarsità di prospettive lavorative, la scolarizzazione carente causata soprattutto dall'isolamento strutturale delle campagne, lo sviluppo non omogeneo tra città e zone rurali e in generale la persistenza di ampie disparità sociali. Da sottolineare, inoltre, la diffusa circolazione tra le famiglie di armi da fuoco provenienti dall'apertura dei magazzini dell'ex regime comunista. Solo alcune tra le cause, queste, che lasciano aperto l'interrogativo circa una possibile soluzione del fenomeno nell'immediato futuro.

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Paesi coinvolti:
Albania
Anno:
2014-2015
Periodo di ricerca e scatto:
14 mesi

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