D'oro e di morte

Di là, è Costa d’Avorio. Di qua, è Mali. Ma nessuno se ne cura. Gente del Mali, della Guinea, della Costa d’Avorio, del Burkina Faso e del Niger sono tutti immersi, uguali nel loro affanno. Una terra di nessuno, che vibra tra i filoni d’oro sfruttati dalle multinazionali dove il prezioso metallo è scarso e non varrebbe la pena portarci i bisonti meccanici

Per arrivare alle miniere bisogna respirare polvere e paura sotto al sole. Tre motociclette, bavaglio alla bocca, buche ovunque per terra. Passiamo attraverso gli insediamenti di Torokoro e Finkolo, diretti verso il fiume Bagoè, reso vigoroso dal Loufon, che poco a sud lo nutre con le sue acque. Dopo trenta chilometri, ecco El Hamdoulilaye.

Durante la stagione secca, migliaia di uomini e donne si precipitano qui, alloggiando in una sorta di baraccopoli di costruzioni di legno, coperte del nylon nero usato per i sacchetti della spazzatura. Per scavare il proprio buco, del diametro di un metro e mezzo al massimo, si deve pagare al comune di Finkolo una sorta di tassa del valore di 5000 franchi CFA, pari a poco meno di dieci euro. E così, scendendo verso il cuore dell’Africa, si portano alla luce terra e sassi. La terra viene spaccata, tritata a colpi di bastone. E in questi budelli che sprofondano anche per sei, otto metri sotto terra, è facile morire. Perché se il destino regala qualche pagliuzza d’oro, allora si inizia a scavare in orizzontale. Anche per dieci, dodici metri. Senza protezioni, senza regole.

Cunicoli dove la carne sfrega con la terra. Dove l’afa e la polvere intasano i polmoni e annebbiano la mente. E se poi crolla qualcosa, è morte certa. Un rituale che accade frequentemente, anche se ottenere statistiche ufficiali è impossibile. L’unica certezza è il codice d’onore tra i minatori. Quando s’ode il rombo d’un crollo, non si prosegue a lavorare. C’è una salma da recuperare.

Di oro e di morte

© Walesa Porcellato, Luca Toffolon, collettivo fotosocial

Più in la un'acqua color rosso e un lavoro che vale la vita; Si passa la terra dentro l’acqua, filtrandola con abili movimenti rotatori su vasi di metallo liscio. Se oro c’è, il suo peso lo farebbe rimanere immobile.

Sul fiume, c’è chi è stanco, chi ancora spera che sia il giorno fortunato. E chi racconta di quel giorno, nel 1998, quando un contadino per caso scoprì il filone d’oro.

Da allora i piccoli imprenditori assumono due o tre «scavatori» per buco, che pagano tre euro al giorno. Se si trova l’oro, si fa al cinquanta per cento degli utili tra l’imprenditore il gruppo di operai. Il metallo viene venduto sul posto, in piccole baracche – ce ne saranno una ventina in tutto – dove gli i privati fanno affari. Se ci si presenta con più di dieci grammi di materiale, si possono strappare quasi venti euro al grammo. Con meno, l’oro puro vale quindici euro. Una cifra che basterebbe per mandare a scuola un bambino per un anno. Ecco dove denaro e destino si sposano, la roulette russa che può permettersi l’Africa. Chi vince, mangia e studia. Chi perde, muore.

(testi di Mauro Pigozzo)

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Informazioni aggiuntive

Paesi coinvolti:
Mali, Costa D'avorio
Anno:
2009
Periodo di ricerca e scatto:
35 giorni

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