Ciabatte riciclate d'Africa

Nel Mali vivono circa dieci milioni di persone. A Bamako, la capitale, quasi due milioni.Auto, rifiuti. La povertà. Quella vera, quella delle metropoli: gente che non ha soldi. E neppure amici per mangiare. I dati statistici spiegano che si vive con meno di due dollari a testa al giorno. Una cifra che nelle campagne, dove si mangia il prodotto della terra, ha un senso. Ma che diventa un incubo in città, dove ogni cosa che tocchi abbisogna di denaro. Il Niger, che abbraccia la capitale e l’abbandona denso del suo inquinamento, scorre indifferente. Nulla lo turba. Né la storia dei colpi di stato. Né quella degli investimenti di Gheddafi nell’ottica di creare la grande confederazione degli stati del centro Africa.

A Bamako, abbiamo incontrato Caleb Diarra, dirigente della Somip Sarl, una azienda specializzata nella produzione di ciabatte. La sua è una traiettoria di vita e professionale borderline, a metà tra il «self made man» occidentale e il predestinato in salsa africana. Il destino gli ha fatto ereditare, un paio d’anni fa, una società avviata. «È la terza in Mali per produzione di ciabatte, un mercato dove ci superano solo un paio di gruppi libanesi», spiega lui. Era direttore della produzione. Il suo titolare, francese, è morto in un sinistro stradale. La madre del defunto gli ha dato la missione di proseguire l’attività. E lui c’ha disegnato un progetto che coinvolge un migliaio di persone tra dipendenti e rete di indotto.

il sogno di caleb

© Walesa Porcellato, collettivo fotosocial

Il suo sogno è quello di far camminare il Mali su ciabatte riciclate. Nei suoi magazzini giungono ogni giorno sacchi di ciabatte usate. Quelle abbandonate per strada, nei rifiuti: rotte, da buttare. Lui le paga circa mezzo euro il chilo, poco più o poco meno a seconda se il polietilene è bianco o nero. Poi pulisce, sminuzza, fonde, aggiunge liquido. Ed infine stampa quelle nuove. Il lavoro, non manca. «Ho in busta paga 42 persone, alle quali si aggiungono 100, 150 quando si tratta di accelerare sulla produzione», spiega. «Li pago bene, controllato dal sindacato nazionale dei lavoratori, il «Intm»: dai sessanta euro al mese per i part time ai quasi mille per i dirigenti».

E loro sembrano contenti. Li abbiamo visti di venerdì sera, al cambio di turno della mezzanotte. C’è stato chi è arrivato quaranta minuti in anticipo. Eccoli, in gruppi, ad attendere di poter lavorare. Dentro, in fabbrica, si vedono odori acri e si annusano colori intensi. Qua e là, qualche cartello che segnala le norme di sicurezza. Oddio, probabilmente in Europa c’è chi griderebbe allo scandalo, a vedere la sporcizia dei luoghi di lavoro e la scarsa protezione per i polmoni di chi spruzza lo spray. Ma tant’è. Per crescere, bisogna prima sbagliare.

Il business delle ciabatte nella capitale del Mali è una sfida dai ritmi folli. «Ogni mese, bisogna cambiare due o tre modelli», dice Caleb, indicando la parete che sfoggia nel suo ufficio. «La gente cerca sempre la novità». Anche qui, il mercato è ambito. Ma, nel gioco al ribasso, i cinesi perdono. «La qualità delle loro suole, infatti, è scarsa: durante le piogge, la gente scivola». E Caleb lo sa. La sua sfida è quella di inventarsi nuovi modelli. Non ha paura ad imitare Dolce e Gabbana. O di sponsorizzare la sua fede: è evangelico. «Una volta, ho visto un paio di ciabatte ai piedi di una donna», racconta il titolare. «Gliele ho comperate a settemila franchi CFA (dieci euro, ndr) quello che le aveva pagate. Poi le ho copiate. E ora le vendo ad un decimo di quel prezzo». È questa la sua legge di marketing da strada, dove si vince anche firmando l’ultimo modello coi nomi delle attrici di soap opera di successo.

Ma la novità del momento è la ciabatta con il volto di Barack Obama. Un successo senza precedenti. «Migliaia di paia vendute», si vanta. «Tanto che adesso è in produzione anche la serie femminile». Il presidente degli Stati Uniti, a queste latitudini, è un eroe nazionale. Ironia della politica, l’unico a contrastarlo in termini di popolarità su adesivi, manifesti, magliette e gadget è Ernesto Che Guevara, il rivoluzionario di Cuba. E così Barack permette all’azienda delle ciabatte riciclate di sconfiggere i libanesi. D’altro canto, la politica spesso si fa coi piedi. E in questo periodo, la Somip sta ricevendo molte commissioni da partiti politici. I quali regalano le ciabatte col proprio logo inciso durante le campagna elettorali. Ma Caleb pensa già alle prossime ciabatte e alla commercializzazione di quelle dedicate a Michelle Obama.
Yes we can.

(testi di Mauro Pigozzo)

Download allegati:

Informazioni aggiuntive

Paesi coinvolti:
Mali
Anno:
2009

Contattaci

Contattaci

Informazioni

Domande, dubbi, perplessità, informazioni o semplicemente un saluto? Scrivici! Siamo sempre felici di ricevere richieste di qualsiasi genere

Indirizzo

Collettivo Fotosocial
Via Borgo Pieve 118
Castelfranco Veneto, Italia

Dove siamo